Annibale

Piove, continua a piovere. Una nuvola si porta via l'orizzonte. Ci sono solo i tetti delle quattro strade da qui alla chiesa di Farra, su fondo bianco.

Mi sono sentita lontana da casa la prima sera a Taipei. Era tutto illuminato anche di notte. Credo di aver chiamato a casa dopo tre o quattro giorni. Dormivo in ostello. Non avevo un cellulare. C'erano i Seven Eleven sempre aperti.

Piove, con un rumore sempre uguale, picchiante. E l'aria è chiara, manca un mese scarso al solstizio d'estate.

Il posto peggiore in cui sono rimasta incastrata. Una confessione in Campo Santi Apostoli con un prete tignoso. Interrotta senza assoluzione. Voleva che mi pentissi a modo suo.

Ho chiuso le tende. Tende beige sintetiche, coi bambù verdi e marroni. La stanza si specchia e fa una capriola su se stessa. Rimane una stanza attempata. Assomiglia alle ospitalità pellegrine lungo i cammini minori. S. Antonio, la Postumia. Forse mi piace per questo. E stasera sono sola. Dopo questo giorno. Ho mangiato in fretta, pensato a Dio, a quanto poco valgono i soldi, ai migranti in mare, alla mia famiglia reggiana. Al lavoro imparo a stare sola.

Se potessi essere testimone di un evento storico, sarebbe attraversare le Alpi con gli elefanti e Annibale.

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